Il 21 settembre 1935, come caporale di maggiorità, fui mobilitato
per esigenze Africa Orientale e, da Napoli, fui imbarcato sulla nave "Liguria".
Dopo quindici giorni di navigazione, giungemmo a Mogadiscio.
Per mancanza di strutture portuali, ci fermammo al largo e raggiungemmo
la terraferma con barconi.
Io sono assegnato al terzo gruppo leggero motorizzato obici 100/17. Il
comandante del gruppo è il maggiore Spinelli. Il gruppo è
formato da due batterie e da un reparto munizioni e viveri.
Ci sistemiamo in baracche al campo Dux, fuori Mogadiscio, a circa quattro
chilometri dalla città e qui rimaniamo due mesi.
Gli Ufficiali alla guida del reparto del soldato
Battista
Il 9 maggio 1936 ci mettiamo in moto per il fronte. Io sono nella colonna
di centro. Il gruppo è al seguito della divisione "Libica",
affidata al generale Graziani, che ha anche la responsabilità di
tutto il fronte somalo.
La divisione "Libica" era formata da soldati negri, ascari,
libici e somali. Era dotata di pochi automezzi, di autoblindo, di carri
armati leggeri, di fucili e di mitraglie.
Obiettivo di questa colonna era la città di Harrar.
Ricordo di essere passato per il villaggio Duca degli Abruzzi, Bulo Burti
e tanti altri. Seguendo il fiume Uebi Scebeli, arriviamo a Hinna, al confine
tra la Somalia e l'Etiopia.
Lasciata Hinna, entriamo in Etiopia, dove incominciano i primi guai. Bande
armate di Abissini, con fucili nuovi e mitraglie, ci fanno tenere il passo.
Da dove veniva questo armamento? Sicuramente dalla Gran Bretagna.
Gli ordini del generale Graziani, comunque, sono precisi: bisogna proseguire
a qualunque costo! E così si usano, su vasta scala, gas e lanciafiamme.
Più ci si avvicina alla meta, più difficile è avanzare,
perché cominciano a saltare fuori Ras, che spingono bande di soldati
abissini all'attacco. Ad ostacolare, poi, l'avanzata subentrano le piogge,
che trasformano tutto il fronte somalo in un immane pantano.
Si lasciano numerosi soldati a presidiare al fine di garantirci i rifornimenti
al seguito della Divisione.
Poi, via radio, siamo informati del fatto che il generale Badoglio è
entrato in Addis Abeba. Noi, intanto, arriviamo ad Harrar e ci sistemiamo,
alla meglio, sotto le tende. Rimaniamo il tempo strettamente necessario
per fare, di giorno, vari rastrellamenti nella zona.
Dopo sette mesi di campagna militare sul fronte somalo, si fa ritorno
a Mogadiscio, sempre al campo Dux, dove rimaniamo fino al tanto atteso
rimpatrio.
Ricordo alcuni particolari di quel periodo: la posta, inviata dall'Italia
per via aerea, impiegava due o tre giorni, mentre quella ordinaria, per
via mare, quasi un mese.
Il collegamento fra l'Africa Orientale e la madre patria avveniva con
estrema difficoltà attraverso il canale di Suez, per il cui transito
bisognava pagare un pedaggio in oro agli Inglesi. Vi ricordate il "donare
l'oro alla patria"? Ecco, serviva anche per questo!
Fossa comune di soldati italiani
- Etiopia 
Quando, terminata la guerra, potei ritornare, prima con la nave "Piemonte"
poi con il treno, al mio paese, mi fu pagato un premio di smobilitazione
di lire 500.
Girando e rigirando tra le mani il congedo illimitato, più volte
mi chiesi: "A che cosa è servita la conquista dell'impero?"
e invariabilmente la risposta fu: "A fare...tante vittime!"
Non passarono, infatti, nemmeno quattro anni e...fummo scacciati dall'Africa.
Ecco, di seguito, alcune cartoline dall'Africa Orientale
Battista Cherubini
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