I RACCONTI DI BATTISTA CHERUBINI

UN FIGLIO ADOTTIVO VA IN CERCA DELLA SUA VERA MADRE

In Italia adottare un bambino è un problema che trova come soluzione un insieme di leggi più rigorose che in altri Stati, dove in pochi giorni si può ricevere il bambino tra le proprie braccia e condurlo a casa.
Perché ci sono tanti bambini da adottare? La risposta sta a voi…Rispondete!
Vi sono madri che abbandonano, dopo la nascita, le proprie creature e questi indifesi vengono portati in Istituti, dove attendono che qualche coppia li vada a prendere.
Viviamo in un mondo che mai avremmo immaginato, un mondo che sgretola la famiglia e tutto il resto, viviamo in una società che non merita di appartenervi, perché ci dà più male che bene.
Eppure, mai come ora, è vero il pensiero che tante volte ho udito: “ Più bambini noi avremo, più ricchi noi saremo”.

DIAMO INIZIO AL NOSTRO RACCONTO

Il tema lo ripeto, in alto già sta scritto, seguiremo le varie tappe della vita di un bambino che, nato da poco, viene adottato.
Il racconto è lungo, cercherò di essere il più breve possibile, sarà questo il mio dovere e, per essere sincero, il racconto non è vero, ma non è troppo lontano dalla storia di una coppia che adotta un bambino.

Quale gioia e che felicità per i genitori che a casa sono arrivati: nella culla, che con cura hanno preparato, il bambino dorme già.
Mamma (…e tu vuoi essere così chiamata…), pensa che la tua missione è già incominciata: il bambino finalmente avuto aspetta il tuo aiuto.
Dopo poco, non dimentichiamolo, una festa in famiglia si deve fare…Madrina e Padrino alla fonte battesimale lo debbono portare, un nome gli si deve ben dare, per farlo diventare, oltre che vero figlio dei suoi genitori, figlio di Dio.
Il babbo consegna al Sacerdote i documenti necessari, spiegando che il bimbo non è suo, che è stato adottato.
Va anche in Comune per la notifica, va a ripetere che il figlio non è suo, che è stato adottato e di nuovo fa vedere i suoi documenti.

Il bambino diviene un vero cittadino italiano. Il piccolo è di buona salute, già conosce la voce della mamma, che in carrozzella lo porta a far la spesa. Ogni uscita è un’occasione per incontrare le curiose sue amiche che il bambino vogliono vedere. Servono tempo e salute affinché il figlioletto, che già incomincia a muovere i suoi primi passi, compia tre anni e venga ammesso alla scuola materna. Lì viene portato ogni mattina e ritirato ogni sera dalla mamma.

Terminata la materna ci sono le elementari e, alla fine di queste, viene preparato per un’altra festa in famiglia: la Prima Comunione, a cui segue la Cresima.
Ora non possiamo più chiamarlo “bambino”: è già grande, lo attendono altre scuole, ma i suoi studi non terminano con l’università, perché allo studio preferisce il lavoro. Frequenta la scuola di avviamento al lavoro e sceglie la professione preferita. Ottiene il suo diploma, si cerca un lavoro, che trova fuori paese, per recarvisi deve servirsi dei mezzi pubblici. Ben presto si stanca di stare agli orari delle corriere mentre i suoi amici possiedono tutti una macchina propria, se ne lamenta con i genitori: vuole la sua automobile. I genitori acconsentono. Dopo il lavoro il ragazzo inizia a studiare il Codice della Strada e frequenta la scuola guida. Ottiene la patente ed ecco il regalo dei genitori: la macchinina tanto attesa.
Il figlio è diventato grande, sa sbrigarsela da solo; c’è però di mezzo il servizio militare, dato che pure lui è diventato un italiano. Dopo un anno torna a casa e riprende il suo lavoro.
Un giorno sente dai suoi amici un discorso un po’ strano, che riguarda i genitori; si intromette nella discussione, non condividendo le critiche che i ragazzi muovono ai loro parenti. Afferma che i suoi genitori gli hanno sempre voluto bene.
I suoi amici sapevano di lui tutta la storia, non sarebbe toccato a loro dirgli che i suoi genitori non erano la sua vera famiglia, ma che lui era stato adottato. A raccontare la verità avrebbe dovuto essere la madre, ma la paura di perdere l’affetto del figlio le faceva rimandare quel racconto difficile. Gli amici raccontano tutto, il figlio non ci crede, pensa ad uno scherzo. Il dubbio, tuttavia, gli si è insinuato nella mente, torna a casa dalla mamma e vuole sapere tutto.

“Figliuolo, ora sei grande e puoi comprendere quanto sto per dirti: io e il babbo avevamo un grande desiderio di avere un bambino, che non arrivava mai. Così abbiamo pensato di adottarne uno e siamo venuti nel tuo Paese a prenderti”.
Sentita la storia, il figlio chiede alla madre di lasciarlo andare. “Voglio andare in cerca della mia vera madre, se la trovo le dirò che un cuore grande e generoso come il tuo, lei non l’ha mai avuto: mi ha dato la vita e poi mi ha abbandonato…”
“O figlio mio, se tu vuoi andare, vai pure” risponde la mamma che in cuor suo avverte un cattivo presentimento ma che al figlio non confida.
“Guarda, figliolo, che sono passati tanti anni: possono essere successe tante cose…” la mamma gli prepara tutto ciò che gli può servire per il lungo viaggio e gli consegna tutte le carte relative alla sua nascita.

Così di buon mattino parte, dopo aver salutato, baciato e ringraziato genitori e parenti. La mamma gli dà l’ultimo consiglio, che serva in cuor suo: “Guarda figliolo che se la trovi, tua mamma, e vuoi rimanere con lei, rimani pure. Se, però, non la trovi e pensi di ritornare ritorna pure, che il mio cuore e la porta sono sempre aperti per te!
Lo vede salire in macchina, lo accompagna con lo sguardo, finchè lo vede scomparire. “Che il cielo ti accompagni, povero figliolo”.

Il figlio, che al suo paese, è già arrivato, per prima cosa trova alloggio in un albergo. Sistemati i bagagli esce, si guarda intorno, ma non sa da che parte incominciare la sua ricerca, pensa di iniziare dagli uffici comunali.
“Forse là mi sapranno dire qualcosa” pensa, e si incammina con tanta gioia in cuore. Chiede permesso e entra, suscitando l’impressione di un distinto signore. Si presenta e chiede di parlare con qualcuno.
Il messo comunale lo fa accomodare, indicandogli l’impiegato disponibile a cui racconta tutta la sua storia: è venuto fin qui per cercare la sua mamma! Gli fa vedere i documenti che ha portato con sé e sui quali sono registrati il giorno della sua nascita, il nome di sua madre, il luogo di nascita e tutta la storia che già sappiamo.
L’impiegato controlla: è tutta in regola. Si alza e va verso un grosso scaffale, estrae un registro e ritorna, lo posa sul tavolo e incomincia a sfogliare ogni pagina. Il distinto signore non ha fatto caso a che registro venga consultato.
Ecco trovata la pagina della mamma!
L’impiegato alza gli occhi e guarda il ragazzo: “So che è venuto qui per cercare sua madre e mi dispiace molto comunicarle che sua madre è morta”.

Chi si aspettava questa notizia? Povero figliolo venuto da così lontano! Ha un nodo in gola, vorrebbe piangere ma si fa coraggio.
L’impiegato lo informa che il luogo in cui la madre è stata sepolta è poco lontano.
Il giovane ringrazia delle informazione ricevute, esce e si dirige al cimitero. Entra nel campo santo con le lacrime agli occhi ed incomincia a cercare tra le tombe. Finalmente trova quella della madre: il nome e la data di morte coincidono. Povero figliolo, il pianto gli aveva impedito di scorgere, in un angolo della lapide, la fotografia. Ora la guarda bene, si avvicina, le dà un bacio e ricomincia a piangere. È solo e con sua madre ha un muto e silenzioso dialogo: “Mamma, mamma, sono io, tuo figlio! Perché mi hai abbandonato?” attende la risposta che, dopo qualche attimo, sente nel suo animo: “Figliolo mio, perdonami!”.

La lapide non porta incisa alcuna parola, così decide di fermarsi alcuni giorni ancora, per scoprire se la madre avesse dei parenti. Non trova nessuno, matura quindi l’idea di far ritorno dai suoi genitori, come gli aveva raccomandato la madre adottiva.

Il sole è già tramontato, la sera si fa buia quando arriva al paese dei suoi genitori adottivi. Si presenta davanti alla porta della casa dove è cresciuto, suona. I genitori sono ancora svegli, la moglie dice al marito: “Senti, chiamano alla porta”.
Il marito risponde: “Vai tu a vedere, per favore”.
La signora piano piano si avvicina all’ingresso, accende la luce e apre la porta. Ecco che vede il figlio tornare da lei. “Già qui figlio mio…” sussurra la madre e lo abbraccia, gli dà un bacio e lo fa entrare. Si siedono intorno ad un tavolo, il figlio le appare stanco e triste.
Subito lo interriga: “Dimmi figlio mio, l’hai trovata la tua mamma?”
Lui scuote il capo come per dire no, ma poi inizia a piangere: “La mia mamma è morta”.
“Fatti coraggio, figlio mio, io t’ho amato fin dalla culla, con te cresceva anche il mio affetto. Figliolo, tu la tua mamma l’hai trovata con me, che ti ho reso in grado di sbrigartela da solo.”
“Mamma, se tu vuoi io rimango qui con te”.
“Rimani pure figliolo; ora, come tu vedi, sono io che ho bisogno del tuo aiuto”.
Il figlio riprende il suo lavoro e la sua vita di sempre e nel tempo libero aiuta i suoi genitori.

(Battista Cherubini)

 

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