Mancava
poco al 25 aprile 1945. Ero, da quasi un anno, in montagna,
in provincia di Brescia; più precisamente in Valle Sabbia",
nel Comune di Pertica Alta, con i "Ribelli”. Col nome di "Ribelli"
venivano chiamati i Partigiani delle Fiamme Verdi, formazioni armate apolitiche
che conducevano la guerriglia contro fascisti e tedeschi dopo l'armistizio
tra Italia e Alleati.
Inizialmente ero nella bassa Valle Trompia, sul colle di San Zeno, posto
tra Pezzaze e Pisogne, a 1500 metri di altitudine; poi, il 10 luglio1944
mi ero trasferito sulla Corna Blacca in alta Val Trompia.
Nell'Italia di allora vi erano numerose formazioni di partigiani: il gruppo
di "Giustizia e Libertà", patrocinato dal "Partito
d'Azione"; le "Brigate Garibaldi" (partito comunista) e
le "Fiamme Verdi", apolitiche ma agenti sotto l'egida cristiano-cattolica.
Nonostante i molteplici bandi del maresciallo Graziani e della "Kommandantur"
tedesca, che minacciavano di morte o di deportazione in Germania i renitenti,
non mi ero mai presentato alle armi sotto le insegne della Repubblica
Sociale, pur avendone l'obbligo. I tedeschi ormai occupavano l'Italia
militarmente e facevano lavorare le nostre industrie a loro beneficio;
emettevano cartamoneta a loro piacimento causando così una grande
inflazione e un enorme danno alla nostra economia; portavano in Germania
di tutto, perfino le corriere ed i tramvai cittadini; arrestavano o uccidevano,
oppure inviavano nel loro paese, come prigionieri, quanti italiani erano
a loro ostili e quelli che potevano essere utili per il Reich. I renitenti
venivano minacciati di morte o di trasferimento in Germania, che era praticamente
la stessa cosa
Io, dunque, nonostante i bandi, non mi ero mai presentato alle armi sotto
le insegne della Repubblica Sociale: non me la sentivo di aderire al Fascismo
e mi ripugnava la sua alleanza con la Germania, specialmente dopo il 9
settembre 1943. In quella data, infatti, alla Cecchignola, nei pressi
di Roma, avevo combattuto con il mio battaglione, facente parte del Regio
Esercito Italiano, contro i tedeschi che volevano disarmarci.
Quel giorno, ai tedeschi si erano uniti i fascisti dei battaglioni "M",
cioè i battaglioni della Morte o anche battaglioni Mussolini i
quali, combattendo già fin da allora contro il nostro Esercito,
avevano dato inizio alla guerra civile e fratricida. Era quindi naturale
che fossi contrario al Fascismo ed ai tedeschi. Dopo quegli eventi del
9 settembre 1943, non essendomi mai presentato per l'arruolamento, mi
ero dato alla macchia.
Alla prima occasione ero andato in montagna con i "Ribelli":
era il 6 giugno del 1944 e proprio in quel giorno gli Alleati erano sbarcati
in Francia, dando così inizio alla liberazione dell'Europa. Avevo
perciò portato in montagna la bella notizia, che preludeva alla
fine della guerra.
Noi "Ribelli" eravamo aiutati fino all'impossibile, nonostante
i grandi rischi, dai nostri amici montanari che erano all'alpeggio con
le loro mandrie bovine: numerosi fienili vennero bruciati da tedeschi
e fascisti, alleati anche per questa bisogna. Per esempio, a Cevo di Val
Saviore, in alta Valle Camonica, nei pressi dell'Adamello, era stato incendiato
l'intero paese.
Il mio gruppo,"S4", della Divisione Tito Speri, Brigata Giacomo
Perlasca, composto in media da 20 uomini, era sceso dai monti, precisamente
dalla Corna Blacca, dove era alloggiato in una piccola malga chiamata
"Sacù", sentendo che la guerra stava ormai per finire
ed aveva occupato il fondo valle sistemandosi a Vestone e Nozza. I reparti
fascisti ( i cosiddetti repubblichini) erano scomparsi al sentore del
nostro arrivo e noi eravamo praticamente i padroni di tutta la Valle,
da Vobarno a Idro. Godevamo della simpatia dei valligiani, che ci festeggiavano
con pranzi, balli, cene e intrattenimenti vari.
Un reggimento germanico della Divisione Reichfuhrer S.S. in fuga verso
la Germania era stato da noi costretto a fermarsi a Nozza e ad arrendersi.
Si trattava di una colonna motorizzata composta da 750 uomini armatissimi
e decisi, che noi consegnammo agli Americani, giunti subito alla nostra
chiamata. La resa di quei tedeschi era stata per noi un grosso e insperato
successo. Erano i responsabili dell'eccidio di Marzabotto in Emilia dove,
per rappresaglia, avevano bruciato parte della cittadina e ucciso 2000
persone, compresi bambini e donne.
Mentre noi conducevamo le difficili trattative di resa del reggimento
nemico, Mussolini, travestito da soldato tedesco in fuga verso la Svizzera
con la sua amante Clara Petacci, era stato fermato e catturato dai partigiani
sul lago di Como; in quello stesso giorno, Hitler si era ucciso.
Questi eventi significavano la fine della guerra, dopo 4 anni di tribulazioni,
di patimenti, di bombardamenti, di morte. Si era trattato di una guerra
voluta e provocata da un capo-dittatore, che non aveva minimamente valutato
le forze in campo ed aveva buttato l'Italia e gli italiani allo sbaraglio,
con colpevole insipienza, fidando, erroneamente, sulla forza del suo alleato
e allievo Adolfo Hitler. Era, dicevo, la fine della guerra. Da allora
e con l'aiuto dei nostri ex nemici americani, nonchè con la capacità
dei nostri connazionali, l'Italia si è risollevata ed è,
oggi, una delle più ricche e progredite nazioni del mondo. Gli
italiani sono ora liberi, non devono più sottostare agli ordini
e alle bizze di un dittatore che gioca con il destino dei sudditi a suo
piacimento.
Con la fine del conflitto la mia vita cambiò totalmente. Ritornai
a casa dopo più di 2 anni di assenza e ripresi gli studi, interrotti
a causa del conflitto, iscrivendomi alla facoltà di Scienze Economiche
e Commerciali presso l’Università "Bocconi" di
Milano. Nel 1945 mi venne data una borsa di studio riservata agli ex combattenti
e così mi laureai nel febbraio 1951. In quei tempi studiavo e mi
guadagnavo la vita insegnando matematica e ragioneria in alcune scuole
di Brescia e provincia.
Lo stile di vita condotto nei reparti partigiani brilla fra i ricordi
del mio virtuale diario di guerra: sempre all'erta, giorno e notte, per
il timore di imboscate e rastrellamenti; turni di guardia notturna lunghi
e faticosi; marce continue per i trasferimenti, così da evitare
che le numerose spie, sguinzagliate dai fascisti, ci localizzassero. Il
vitto era costituito, quasi quotidianamente, da polenta e latte oppure
da polenta e formaggio che mai mancavano nelle malghe alpine.
Noi ci trovavamo talvolta in dissenso con altre formazioni partigiane
per il loro modo scorretto di comportarsi con i malghesi, nostri amici
e nostri valorosi aiutanti in ogni circostanza.
Era un tipo di vita fatto anche di faticose e lunghe marce in montagna,
stracarichi come muli. Ricordo che una volta il mio gruppo, per lo più
camminando di notte e dormendo di giorno nei fienili, andò dalla
Corna Blacca, sopra Collio e San Colombano (Val Trompia), fino a Tremalzo,
nei pressi di Tremosine e Riva di Trento, per portare in Pertica Alta,
con un percorso complessivo di circa 40 kilometri, una decina di fucili,
coperte ed altre cose utili, residui di un avio-lancio anglo-americano.
Gli Anglo-americani, infatti, aiutavano i partigiani italiani rifornendoli
di armi, di munizioni e anche di denaro per acquisto di calzature e di
generi di prima necessità.
L'avio-lancio
era preceduto da un "messaggio speciale"che veniva dato per
mezzo di Radio Londra (che alle ore otto di sera trasmetteva un notiziario
per l'Italia). Nonostante il rigido divieto di ascolto, tutti gli italiani
ascoltavano Radio Londra: essa ci dava le ultime informazioni sul corso
della guerra che si avvicinava sempre più al nord-Italia. Il notiziario
di Radio Londra, dopo il consueto sermone del colonnello Stevens, si concludeva
con la trasmissione di alcuni "messaggi speciali” destinati
ai partigiani italiani. Il messaggio speciale per noi della TITO SPERI
in Corna Blacca era: "Alberino fa il burro". Nella notte del
terzo giorno successivo al messaggio, noi dovevamo accendere, in località
prestabilita sui monti, tre grossi falò, disposti a triangolo isoscele
con l'angolo acuto nella direzione del vento. Gli aerei americani, individuato
così il luogo del lancio e la direzione del vento, si abbassavano
e paracadutavano sul posto armi, munizioni, viveri e generi di conforto.
In Valle Camonica, sul Mortirolo, nei pressi del confine svizzero, le
FIAMME VERDI tenevano testa a preponderanti forze fasciste e tedesche
dotate anche di carri armati, in una guerra divenuta ormai di posizione,
quindi non più guerriglia, utilizzando le trincee residuate dalla
prima guerra mondiale.
Debbo dire che la mia vita da "Ribelle"
è stata una gran bella avventura, da me vissuta con la radicata
consapevolezza di combattere per una giusta causa e conscio dei rischi
connessi alla guerriglia. In tema di rischi, ricordo che del mio gruppo
di Fiamme Verdi, composto mediamente da 20 uomini, ben 5 sono morti in
combattimento o fucilati o addirittura bruciati vivi nei fienili dove
si erano rifugiati. Tita Secchi venne catturato a Paio Alto, alle pendici
della Corna Blacca e fucilato poi in una caserma di Brescia, così
come Peppino Pelosi e Giacomo Perlasca e pure Ermanno Margheriti, Astolfo
Lunardi e altri.
Emiliano Rinaldini, catturato in Pertica a Odeno, dopo che il paesino
era stato circondato, venne torturato a Idro, riportato poi al paese di
Belprato su un viottolo, e qui incitato a fuggire: fu subito steso da
una raffica di mitra, dopo i primi passi.
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Tra noi ribelli non ci conoscevamo neppure: infatti ognuno si era dovuto
dare un nome falso (il cosiddetto “nome di battaglia” per
evitare, in caso di cattura e di torture, di rivelare l'identitità
dei nostri compagni con conseguenti rappresaglie sulle famiglie).
Il mio nome da ribelle era "PINO".
Dirò ora della composizione del mio gruppo, comandato da Paolo
Pagliano, già tenente del Regio Esercito. Emiliano Rinaldini era
il vice comandante e suo fratello, Don Luigi, era il cappellano che, settimanalmente,
veniva in Corna Blacca per il servizio religioso in occasione del quale
si recitava la "preghiera del Ribelle", molto bella e che trascrivo
in calce al presente scritto. Tanti di noi erano montanari della Valle,
già facenti parte dei reggimenti Alpini, reduci dai diversi fronti
di guerra (Russia, Grecia ecc.). Erano uomini indispensabili, capaci di
fare di tutto, di costruire rifugi invisibili nei boschi, di cancellare
le nostre tracce e di costruirne di false per depistare le spie che sempre
ci tallonavano; erano capaci, quegli uomini, di accendere fuochi nel folto
della boscaglia, senza che si vedesse il fumo rivelatore della nostra
presenza.Vi erano anche studenti che portavano nella compagnia freschezza
e idealismo. Poi c'erano i giovanissimi, i "bocia", sui 16-18
anni , utilizzati come nostre staffette per portare ordini e informazioni.
Tra di noi c'è stato anche un ufficiale americano della 5^ Armata
sbarcata a Salerno. L'ufficiale americano, rimasto con noi per 4 o 5 mesi,
era fuggito dall'ospedale di Mantova, dopo essere stato preso dai tedeschi
a Salerno e trafitto da 11 pugnalate alla schiena. Si chiamava Walter
Granecki, di origine polacca e proveniente dall’Ohio. Siamo subito
diventati amici: fuggito da Mantova si era diretto verso i monti; io l'ho
incontato a Teglie di Vobarno e l'ho portato con me nel mio gruppo. Dopo
la fine della guerra è venuto in Italia a trovarmi ed io, quando
sono stato in America, a New York nel 1984, gli ho telefonato a Toledo
salutandolo e ricordando con lui le nostre peripezie. Con lui avevo imparato
a parlare l'inglese.
Sempre in tema di tipo di vita condotta nella guerra partigiana, ricordo
le nostre azioni di guerriglia contro caserme delle valli Trompia e Sabbia.
Con queste azioni ci rifornivamo di armi e munizioni, di cui c'era estremo
bisogno, nonchè di abiti e di coperte per il nostro sonno sui monti.
Un grosso bottino l'abbiamo fatto con l'assalto alla centrale elettrica
di Vobarno presidiata da un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana
(fascista). Dopo avere disarmato con uno stratagemma il milite di sentinella,
abbiamo fatto irruzione nel luogo dove i soldati avevano appena finito
la cena e, con le armi in pugno, li abbiamo costretti ad arrendersi e
a seguirci sui monti. La nota umoristica della giornata l'abbiamo avuta
quando, dopo alcune ore di faticosa marcia notturna, li abbiamo lasciati
liberi nei pressi di Provaglio Valle Sabbia, privi di scarpe e calzoni
per esporli alle risate e allo scherno dei paesani alle prime luci dell'alba.
Quegli “eroi” credevano di essere uccisi, perchè così
loro facevano con noi quando riuscivano a prenderci; quando si accorsero
di essere veramente liberi e salvi, si allinearono di fronte a noi e,
in segno di sentito ringraziamento per aver salva la vita, ci fecero,
inconsciamente, l'abituale saluto fascista, saluto da noi accolto con
sonore risate e sberleffi.
Un'ultima annotazione: i nostri abiti erano ridotti molto male e, quindi,
abbiamo indossato le divise del bottino preso a Vobarno. Arrivati in Pertica,
siamo stati avvistati dai partigiani della 62^ Brigata Garibaldi che,
vedendoci così vestiti e scambiandoci per “repubblichini”,
si erano disposti per accoglierci a suon di fucilate. Fortunatamente,
un garibaldino riconobbe Paolo, il nostro comandante, e così tutto
si risolse in una fretta di mano ed una risata per l'accaduto.
Dopo l'umiliazione subita, il comandante, maggiore Ciro Di Carlo del 42^
battaglione della Guardia Nazionale Repubblicana di stanza a Idro, avendo
capito che la nostra base di azione era Teglie (una frazione di Vobarno
a circa 600 metri di altitudine), fece occupare il paesetto con molte
forze, anche tedesche, e costrinse i pacifici e terrorizzati abitanti,
a riunirsi nella parrocchiale; poi i soldati entrarono nelle case col
pretesto di cercare i partigiani ma in realtà per rubare.
Concludo con l'affermazione
che nella guerra partigiana tutti noi abbiamo portato il nostro idealismo,
il nostro patriottismo, il nostro spirito eroico e...perchè no?,
anche l' incoscienza tipica della nostra età.
Vincenzo Chiesa alias "PINO"
LA PREGHIERA DEL RIBELLE
SIGNORE FACCI LIBERI
Signore, che fra gli uomini drizzasti la
TUA croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta
dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità
inerte della massa,
a noi oppressi da un giogo oneroso e crudele, che in noi e prima di noi
ha calpestato TE fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.
DIO che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi, alita
nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre
forze, vestici della TUA armatura.
Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso,
nell’ora delle tenebre ci sostenti la TUA vittoria: sii nell'indigenza
viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell'amarezza.Quanto più
s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci,
non lasciarci piegare.
Se cadremo, fa’ che il nostro sangue si unisca al TUO innocente
e a quello dei nostri Morti ad accrescere nel mondo giustizia e carità.
TU che dicesti: "Io sono la resurrezione
e la vita" rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia TU sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe delle
città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la
pace che Tu solo sai dare.
Dio della pace e degli eserciti, Signore, che porti la spada e la gioia,
ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.
(Preghiera di Teresio Olivelli)
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