I RACCONTI DI VINCENZO CHIESA
Ho
82 anni e sono ricoverato nella casa di riposo per anziani di Pralboino, in
provincia di Brescia, per interessamento e volontà di mia moglie che qui a
Pralboino era nata e vissuta fino al matrimonio con me, e quindi era conosciuta
da tutte le persone che l’hanno sostenuta nella sua richiesta di ricoverarmi in
questo rifugio.
Qui
mi trovo bene sotto l’aspetto materiale, ma male sotto l’aspetto morale perché
sono sempre preso dai ricordi di una vita felice e fortunata del passato, che
io confronto, in ogni momento, con la mia
misera attuale situazione di ricoverato. Fortunatamente ho due figli
che, sia pure troppo raramente, mi vengono a trovare e mi parlano dei loro
problemi professionali. Sono commercialisti e continuano la mia
professione condotta a Brescia per più
di 40 anni. Quando mi sottopongono questi problemi professionali mi fanno un
poco rivivere il mio passato di dottore commercialista e mi ridanno vigore per
tirare avanti quando trovo delle soluzioni alle loro problematiche perché mi
sento vivo, utile e sollevato nel morale.
Parlando
della mia famiglia devo dire che non era ricca ma mi ha dato, specie per merito
di mia madre, tutto ciò che poteva, pur di permettermi di svolgere una professione
e avere un posto di rispetto nella società.
Di
fatto era mia madre che mandava avanti la casa per mezzo del suo lavoro di
sarta. È grazie al suo lavoro che ancora da piccolo ho imparato la lingua
francese perché, all’età di 15 anni, con i rappresentanti di Parigi, parlavo in
francese sia pure sommariamente.
Anche
a scuola me la passavo bene col professore di francese Vicini, il quale mi
riteneva tra i migliori della classe e anche all’università ho sostenuto un
esame brillante tenendo una conversazione con il professor Revel, che mi ha
dato un ottimo voto, pur non avendo io studiato la lingua straniera sul suo
libro come da programma, ma avendo solamente letto per mia curiosità e conoscenza un altro libro
sulla rivoluzione francese, cosa che mi ha interessato molto sull’evolversi e
sul seguito di quel rivolgimento insurrezionale che ha causato tanti
cambiamenti sociali nel mondo e gloria per la Francia.
I
guadagni della sartoria “Chiesa” erano
buoni e ciò ha permesso che io potessi frequentare, a pagamento, un’esclusiva e ottima scuola della città, il
Collegio Cesare Arici (ora sede dell’Università Cattolica), con i ragazzi delle più
rinomate famiglie di Brescia e di altre città del nord Italia, condotto
dai Padri Gesuiti.
All’Arici
ho frequentato l’asilo, le scuole elementari
e l’Istituto Tecnico Inferiore per un totale di 10 anni, assorbendone
l’etica, la morale ed i principi
fondamentali della vita sociale non escluso il galateo che ogni domenica
ci impegnava per un’ora nell’aula magna del collegio.
Ricordo
ancora un collegiale interno, con la sua divisa nera dai pantaloni lunghi e la
giacca ma con i bottoni di colore oro il quale rincorreva il pallone giocando
con altri ragazzi della sua età.
Quel
collegiale si chiamava Montini ed è poi diventato papa col nome di Paolo VI.
I
professori dell’Istituto Tecnico dell’Arici erano anche professori del liceo
classico e del ginnasio per cui davano, forse inconsciamente, un’ottima
impronta culturale classica anche nell’insegnamento ai futuri ragionieri o
periti industriali, impronta che nelle scuole Statali non si riceveva affatto
perché in quelle si dava più importanza al lavoro che si doveva svolgere nella vita di poi piuttosto che alla cultura.
La differenza culturale tra le due scuole, la
pubblica e la privata, era notevole anche perchè noi alunni dell’Arici ci
consideravamo diversi, quasi superiori, dagli studenti delle altre scuole
cittadine, salvo quelli del ginnasio pubblico “Arnaldo da Brescia”. Forse ciò
non era vero ma la nostra impressione era proprio quella e si è mantenuta anche
dopo finiti gli studi.
All’Arici
i professori, che erano gesuiti acculturati,
insistevano molto sull’apprendimento della lingua latina. La
frequentazione della scuola ariciana, oltre a formare la mia cultura, mi ha
fatto conoscere ragazzi del Liceo poi diventati bravi liberi professionisti di
rilievo come notai, medici, avvocati, ingegneri o dirigenti amministrativi.
Allora la classe dirigente cittadina e provinciale era formata quasi
esclusivamente da ragazzi diplomati in queste scuole.
Ottenuto
il sospirato titolo di ragioniere, mi sono iscritto all’università di Torino
alla facoltà di scienze economiche e commerciali passando successivamente, una
volta terminata la guerra, all’università privata Bocconi di Milano, rinomata
in Italia ed anche all’estero per la serietà degli studi e considerata
all’avanguardia anche nel confronto con tutte le università statali del ramo.
Mi sono così laureato alla Bocconi nel 1951 ed ho aperto, dopo un periodo triennale
di pratica professionale presso l’unione delle Cooperative e lo studio
commercialista del dottor Lino Filippini, un mio studio professionale
usufruendo di uno studio già avviato. Questo, con mia grande soddisfazione, è
gestito dai miei due bravi figlioli.
Purtroppo all’età di 73 anni mi ha colpito un l’Ictus ed ora mi trovo qui, sempre solo con i miei pensieri della vita passata, perchè non trovo amici o persone con cui io possa dialogare, salvo il Presidente della Casa di Riposo che mi degna della sua attenzione, comprensione ed amicizia.
Quanto
sopra costituisce la mia storia ed i miei ricordi di una vita felice e
spensierata che ogni giorno confronto amaramente col tempo passato e col triste
ricordo di mia moglie, deceduta 4 anni or sono e qui a Pralboino sepolta in una
tomba che non posso visitare data la mia incapacità di camminare.
Ma
nel complesso ho avuto una vita felice e fortunata.